Follia criminale

Scrive Basaglia nelle
sue
Conferenze brasiliane (Cortina editore):
"In noi la follia esiste ed è presente come
lo è la ragione.
Il problema è che la società, per dirsi
civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto
la follia, invece incarica una scienza,
la psichiatria, per tradurre la follia
in malattia allo scopo di eliminarla".

Per spiegare "incomprensibili" tragedie si è soliti individuarne la causa in una "follia" rimasta fino a quel momento celata. Io penso che questo modo di fare sia solo una scappatoia rassicurante e pericolosa. Rassicurante perché allontana il problema da ognuno di noi, che, sentendo parlare di follia, e pensando di appartenere alla "classe dei normali", si sente confortato. Pericolosa perché impedisce di cercare la causa nel fallimento del nostro modo di educare, che non solo esclude aprioristicamente un'adeguata analisi dell'aspetto irrazionale dell'uomo, ma addirittura arriva a negare quella parte di noi che a nessuno fa piacere guardare, preferendo, invece, ipocrite idealizzazioni. Lei condivide quest'analisi?
Piervito Bonifacio, Venosa

Quello che lei dice è assolutamente vero. Anch'io quando, in presenza di tragedie individuali e familiari, sento parlare di "raptus" o di "follia", mi convinco sempre di più che i media confondono con troppa facilità la psicologia con la fantapsicologia, perché non si dà che una persona, ritenuta fino al giorno prima "ragionevole" e "normale", a un certo punto esploda improvvisamente in gesti spaventosi al limite dell'umano. E allora le cause vanno cercate altrove, e precisamente in quel luogo che si chiama "biografia", dove la psiche si forma a partire dai primi anni di vita, e poi lungo quel percorso che consente agli impulsi di tradursi in quella forma più evoluta che sono le emozioni, e le emozioni in sentimenti. A differenza del corpo, infatti, la psiche si forma attraverso l'ambiente, come effetto delle cure o delle incurie che ciascun bambino riceve nel contesto prima familiare e poi scolastico, dove hanno luogo quelle forme di riconoscimento o misconoscimento che sono alla base della costruzione della propria identità. Le cure, che non sono le concessioni che si fanno ai bambini, ma l'attenzione che si presta loro, l'interesse che mostriamo per le loro domande e le loro scoperte, creano quel "nucleo caldo" della personalità, a cui il bambino farà riferimento negli anni dell'adolescenza e dell'età adulta. Lungo questo percorso di formazione dell'identità, che la psicoanalisi ritiene concluso a sei anni e le neuroscienze a tre, il bambino impara a tradurre gli "impulsi", a cui corrisponde l'immediatezza del gesto, in "emozioni" che, opportunamente controllate e dilazionate nelle loro risposte, evolvono in "sentimenti" i quali, a differenza degli impulsi e delle emozioni, si esprimono sotto il controllo dell'Io, in sufficiente armonia con la nostra parte razionale. Là dove, per incuria educativa, questo processo non avviene, il soggetto resta in balìa dell'impulso che si scarica nell'immediatezza anche violenta del gesto, oppure dell'emozione incontrollata che, pur essendo una dimensione più evoluta dell'impulso, non è a completa disposizione dell'Io. Tanti fenomeni di bullismo giovanile segnalano quanti, nel loro processo di crescita, si sono fermati all'impulso, così come tanti comportamenti eccessivi e sregolati denotano quanti, per provare un'emozione, senza di cui la vita non accede ai suoi colori, abbiano bisogno di alcol o di droghe. A determinare le tragedie individuali e collettive, di cui sempre più spesso si ha notizia, non è la follia che, come ci ricorda Basaglia "è una condizione umana", come tale presente in ciascuno di noi, ma la mancata cura che la nostra follia ha ricevuto nel contesto in cui siamo cresciuti, e dalla scarsa attenzione che a essa abbiamo dedicato crescendo, privandoci così della prima matrice della nostra creatività e ideatività. Definire i gesti tragici come gesti "folli", in un contesto come quello della nostra cultura che considera la follia una "malattia" da affidare alla competenza psichiatrica, rivela solo il nostro bisogno di essere rassicurati circa la nostra "normalità" e la nostra "sicurezza", che si raggiunge includendo anche l'irrazionale nella sfera del razionale. In che modo? Ce lo spiega ancora Basaglia: "Quando qualcuno è folle ed entra in manicomio, smette di essere 'folle' per diventare 'malato'. Diventa razionale in quanto malato". Attraverso questo gioco di prestigio, noi ci sentiamo normali e salvaguardati dalla follia, la società appare più sicura e in grado di arginare la follia, e il "folle", che per la mancata educazione delle emozioni e dei sentimenti esprime quello che nelle sue condizioni esprimeremmo anche noi, viene confinato in quella notte buia e così poco rassicurante che sono gli abissi a cui la nostra follia ci conduce, quando nessuno a suo tempo si è preso davvero cura di noi.